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IL GIORNO DELLA MEMORIA VISSUTO E RACCONTATO

DALLE CLASSI TERZE SSIG

La Giornata della Memoria: La mia poesia.

Quel giorno c’era un cielo di colore grigio
non era azzurro come al solito, ma era scuro, grigio…..
La pioggia che bagnava le teste era continua, triste….
Avevano i vestiti con dei numeri come se fossero prigionieri….
Di cosa ?… Prigionieri del mondo che li aveva lasciati da soli.
C’erano ingiustizie, innocenti, morti, rabbia…..tanta….
Non importava se erano donne, uomini, bambini di qualsiasi età: erano ebrei .
E quelle brutte persone che avevano voglia di insanguinare il mondo, davanti agli occhi di innocenti persone .
Ci furono lacrime, pianti e la luce del mondo non sembrava farsi più vedere, solo buio, morte e la paura delle camere a gas .
Bisogna ricordare quel giorno, quando milioni di ebrei sono morti per noi e sono morti per salvare tutti noi .
Noi adolescenti siamo fortunati perché abbiamo una famiglia, una casa,
la pace, amici, abbiamo tutto, abbiamo la nostra coscienza…
Gli ebrei avevano perso tutto, le loro famiglie furono separate .
In quel momento avevano solo il cielo e la speranza di andare in Paradiso per toccare l’ultima nuvola .
E con questo hanno finito la loro missione …..
Grazie per quello che avete fatto per noi e per tutto il mondo
non vi dimenticheremo mai,
sarete sempre impressi nella mente come una fotografia .
E questa si chiama la giornata della memoria .
M.V.   classe 3A S.S.I.G

Sono le 14:30 e oggi 31 gennaio 2019 ci prepariamo per un’uscita importante.

Per celebrare la giornata della memoria, andiamo al Castello San Zeno a vedere la mostra “SE QUESTO È UN UOMO”, della fotografa Patrizia Sonato. Gli scatti sono ispirati ai musei di Berlino (2001), di Gerusalemme (1953) e di Kaunas.

Ad accompagnarci sono la professoressa di storia, geografia, italiano Antonella Giorgetta, i professori di arte Luciana Bassi e Michele Carlà.

[L.P.]

 

Arrivati alla mostra abbiamo notato subito che erano disposte per terra le foto di alcune maschere un po’ inquietanti […]. La professoressa ci ha spiegato che le foto delle strane maschere per terra rappresentano delle maschere vere presenti al museo di Berlino, anche lì le maschere si trovano per terra e quando le si calpesta emettono suoni come respiri od ossa scricchiolanti, esse rappresentano tutti gli ebrei vittime dell’olocausto.

Le strane maschere indicavano la direzione che il visitatore doveva seguire. Il primo muro a sinistra ritraeva le foto del museo ebraico di Berlino e le foto di Gerusalemme, mentre quello di destra ritraeva le foto del museo di Kaunas in Lituania. Giorgia, una nostra compagna ha letto le didascalie sotto ogni foto. La mostra aveva un percorso preciso da seguire. Si partiva dalle foto di bambini ebrei felici e di vita quotidiana a Gerusalemme fino ad arrivare al loro sterminio. La fotografa che ha realizzato la mostra è stata molto brava perché è stata capace di sensibilizzare le persone affinché ricordino quel che è accaduto.

[M.C.]

dav

Il passo successivo per gli alunni, è stato quello di disegnare, con il carattere che preferivano, una data importante oppure riprodurre e reinterpretare una delle foto.

Durante questa attività gli alunni si sono sbizzarriti con le idee. C’era chi reinterpretava le immagini, chi le copiava ma le rendeva più luminose  colorandole, chi ricopiava le maschere fatte di ferro, fotografate e distese per terra cosicché si potessero calpestare, come veniva fatto con gli ebrei nei campi di concentramento i quali venivano privati di tutti i diritti.

[A. M.]

Alcuni alunni hanno scritto all’autrice della mostra le loro impressioni.

Cara Signora Patrizia,

Le ho scritto questa lettera per complimentarmi per la mostra che io e la mia classe siamo andati a vedere il 31 Gennaio. La mostra ha suscitato in me molto interesse verso la Shoah. Mi sono  piaciute molto le facce attaccate al pavimento, ti davano un senso di paura e dolore come quello che gli ebrei deportati  sentivano. Le foto  erano molto intense e ben fatte, ma quello che mi ha colpito di più erano le didascalie, erano molto profonde. A me hanno fatto capire molte cose che forse prima non  prendevo sul serio . Il dolore che ha sofferto quella gente non sarà mai ripagato. La Prof.ssa  Giorgetta  insieme alla Prof.ssa Bassi ci hanno fatto fare un’ attività molto carina, ci hanno detto di portare un album da disegno  e dei colori ad olio e dopo ci hanno fatto riprodurre una foto o una data che ritenevamo importante, è stato molto interessante ognuno  poteva interpretare la foto a modo suo. Io ho deciso di disegnare la foto che raffigurava il filo spinato, non è venuto benissimo, ma è il pensiero che conta no? Sopra vi ho scritto “Per non dimenticare “, questa frase mi piace perché ti fa riflettere, ti fa capire che non dimenticheremo mai quello che è successo, lo trasmetteremo di generazioni in generazioni. Di solito le cose brutte le vorremo dimenticare ma ogni volta non ce la facciamo, siamo fatti così, ma è proprio quello che ci fa crescere, non dimenticare per migliorare, non fare più gli stessi sbagli. E forse tra qualche anno anche quelli che ora si fanno la guerra capiranno che la guerra non serve a nulla, anzi procura solo dolore e distruzione proprio come la Shoah. Speriamo sempre che qualcuno possa migliorare. Grazie alla mostra ho capito molto e per questo la ringrazio.

Cordiali saluti.

A.T.

Cara dott.ssa Patrizia Sonato,

nel museo per la prima volta ho sentito un sentimento cosi forte, già dall’entrata sentivo un silenzio di “dolore”, sì, eravamo tutti in silenzio, ma mi sentivo male, dolore, di essere impazzita, debole, non riuscivo piùa sentire l’eco quando parlavamo perché ho visto davanti ai miei occhi uno spazio gigantesco, buio, che non aveva fine.

Davanti a una foto, dopo aver letto la scritta, ho abbassato la testa, sotto i miei piedi c’erano i ferramenti di facce che urlavano e ho chiuso gli occhi, ho iniziato a sentire urli, dei bambini che sono stati staccati dalle braccia dei genitori, padri che usavano tutta la forza per riprendere la famiglia ma stati fermati

dav

dalle guardie… (averli vicino ma lontano).

Perché loro già da quando salivano in quei “treni” sapevano di non avere una bella fine, anche se pensavano di aver un po’ di speranza.

I genitori di qualunque persona non avranno mai paura della morte ma la paura di non avere il potere di proteggere le persone che amano.

Ho aperto gli occhi, subito dopo ho iniziato a ringraziare Dio di nascere in queste condizioni, di non combattere in guerre, di essere fortunata…

Avevo fatto qualche passo in avanti fino alla foto di un bambino ebreo, penso che non abbia nemmeno compiuto sette anni, con un viso senza espressioni, sembrava un po’ furbetto, molto carino. Ma dopo aver letto la didascalia, avevo capito che lui era silenzioso, che parlava poco e scriveva tanto, uno che ha subito tante cose che, ai nostri tempi, non riusciamo a sopportare. A un certo punto una delle compagne diceva che il bambino, se lo guardavi da tutte le parti, pensavi che ti stesse fissando. E ho iniziato a guardarlo da tutte le posizioni e avevo capito che lui ti stava avvisando di “apprezzare tutte le persone accanto perché se un giorno le perdi resterai distrutto.”

Mi è piaciuto tanto questa mostra, mi ha fatto capire tante cose che non avevo mai messo tempo per pensarci e capirle. Grazie!

Cordiali saluti.

S.Z.

Cara signora Patrizia Sonato,

giovedì  31 gennaio sono andata, in occasione della giornata della memoria, insieme ai miei compagni e ai docenti della classe 3^B dell’Educandato Statale San Benedetto, a vedere la sua mostra fotografica “Se questo è un uomo”. Mi è piaciuta molto perché era diversa e particolare. Appena entri nella stanza vedi alcune immagini appese a cerchio e altre  sul pavimento.  Quando ti avvicini vedi che i fogli sul pavimento sono delle foto di volti di metallo e quando alzi lo sguardo vedi una foto con un giovane che cammina sopra i volti di metallo, i quali rappresentano tutti i volti delle persone che sono state sterminate,  infatti hanno tutte la bocca aperta come se, quando ci cammini sopra, stessero urlando. Quando inizi a guardare le prime foto, e a leggere le prime frasi, noti che all’inizio le espressioni dei bambini rappresentati nelle foto sono felici e sorridenti mentre giocano, ma, man mano che si va avanti,  le loro espressioni diventano più cupe, più tristi e preoccupate, e tu con loro, come se stesse per accadere qualcosa. Infatti, nelle foto seguenti,  si vedono i luoghi dove quelle persone venivano deportate: i campi di concentramento.  Le foto che mi hanno colpito di più sono state le ultime, tra queste una rappresentava  una  lastra di metallo nera dove erano state raffigurate delle specie di ombre una sopra l’altra, come se fossero delle persone ammassate, e più le guardavi più diventavi triste. Abbiamo anche rielaborato l’immagine che ci ha colpito di più: io ho scelto quella che rappresentava un camino dei forni crematori visto dal basso verso l’alto. Ho deciso di disegnare quell’immagine perché quando il fumo usciva era come se finalmente le persone rinchiuse nei campi di concentramento fossero di nuovo libere. Ho pensato di non farlo così com’era, ma di disegnare anche il fumo che fuoriusciva, come se fossero le anime delle persone. La ringrazio per aver ideato questa bella mostra adatta anche a noi ragazzi.

Cordiali saluti

D. V.                                                                                                                           

Non è un evento che deve essere preso alla leggera e neanche dimenticato, perché fatti di questo tipo non devono più riaccadere.    [A. G.]

 

 “SE QUESTO È UN UOMO”

Primo Levi in “Se questo è un uomo” parla a noi. Noi che viviamo sicuri, protetti, che stiamo bene, che abbiamo persone vicine che ci fanno stare bene. A noi che quando apriamo gli occhi alla mattina sappiamo che troveremo le persone a noi più care. A noi che quando torniamo a casa troviamo tutte le cose di cui abbiamo bisogno. Ma questo presente, chi lo ha permesso? Ogni giorno possiamo andare a scuola, ci possiamo vestire, vediamo la nostra famiglia che ci sorride, troviamo i pasti caldi. Questo presente, allora, deve essere messo a confronto con il passato, un passato non molto lontano perché i nostri nonni lo hanno vissuto. Quei terribili anni a cui Primo Levi si riferisce, gli anni in cui la paura, il terrore erano giornalieri.

Anche Papa Francesco, come abbiamo visto alla mostra, pone delle domande, le pone a noi, all’umanità, e sono domande senza risposta, è questa la cosa terribile. Sono domande a cui l’uomo non può o non vuole rispondere?

E quell’uomo di cui parla Primo Levi è l’uomo che, al contrario di noi, quando si sveglia alla mattina non trova la famiglia, le persone che lo amano di bene, non trova dei vestiti, non può andare a scuola, non può nemmeno sapere che si sveglierà.

Quell’uomo che viene usato e sfruttato, che non è considerato come uomo ma come niente. Perché? Io mi chiedo il perché anche se so che non avrò risposta. Rispondere è difficile, dire qualcosa è difficile. La risposta a una domanda così facile da pronunciare ma quasi impossibile da dare. Le persone si chiedono sempre il perché delle cose, ma dove sono finite tutte le risposte? O meglio, esistono delle risposte? Per una semplice risposta si può morire, che sia sbagliata o giusta. Non serve una risposta tanto articolata ma un semplice si o no può cambiarti la vita o determinarne la fine.

Come le risposte anche le domande sono pericolose. Una domanda che non si può fare, una domanda a cui nessuno vuole rispondere. Ci poniamo infinite domande nella nostra mente, ma quante si possono o si potevano porre a voce alta? Quali domande è permesso esprimere?

Questo è stato ma è. Questo è passato ma presente. Questo è ieri, è oggi, sarà domani. Queste domande e queste risposte servono anche perché quel domani, che presto arriverà, non accada di nuovo. Noi ci svegliamo ogni mattina al sicuro e questo dovrà essere anche per i nostri figli, i nostri nipoti, pronipoti e così via. Nessuno vuole che ciò che è stato ritorni sui nostri figli.

Allora io ringrazio chi oggi mi ha permesso tutto questo, ringrazio di poter andare a scuola, ringrazio di poter mangiare e vestirmi, ringrazio per avere una famiglia, ringrazio per potermi svegliare ogni mattina.

Ed è proprio il passato dei ricordi orrendi che ci può far crescere, che ci può far capire, che non ci induca a fare ciò che è stato fatto.

Ieri quando ho letto quelle frasi, quando ho visto i volti di quei bambini. In particolare la foto di un bambino che da qualsiasi parte lo guardavi sembrava che ti guardasse a propria volta. Era uno sguardo penetrante, come se ti volesse dire qualcosa. E quel bambino voleva dire qualcosa, ma era un bambino! Che colpe ha un bambino? Che colpe avevano le persone nei campi di concentramento?

Ma piuttosto che dire quali colpe, è meglio chiedersi se avevano colpe. Quel bambino. Un’espressione che non dimenticherò mai. Io lo chiamo bambino, le chiamo persone, ma loro avevano un nome. Un nome che è stato loro strappato ed è stato rimpiazzato da un numero. Chi sa adesso i loro nomi? Chi? E invece chi sa i loro numeri? Quanti erano? Ma quelli che noi sappiamo sono i numeri non i nomi.

V.B.   3a A SSIG

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